lunedì 21 dicembre 2015

Bassolino, Napoli e le primarie. Più di sola nostalgia?

Quando parla Antonio Bassolino, anche gli orologi si fermano e prestano attenzione.
Una storia, i cui albori, non ho vissuto ma che ho imparato a vivere.
Se Napoli è più vivibile rispetto a molte altre città, una su tutte Roma, lo si deve a quella stagione. Anni '90 pazzeschi per Napoli.
Vedere Bassolino emozionato all'inizio del video fa una certa impressione. Questa è una persona vera. Non un fantoccio messo lì da qualcuno.
Il suo discorso è molto convincente, diametralmente opposto alla narrazione "demagistriana": Napoli, dice, è la capitale del Sud, e per questo va messa al centro delle politiche nazionali per il Sud.
Noi mi è piaciuto il passaggio in cui in sostanza dice che vuole riscattare la sua storia. Napoli è molto di più, con tutto il rispetto per Bassolino.
Il problema però non l'ha creato lui. Il problema l'ha creato il PD.
Sono scettico, perché la storia non si ripete e perché Napoli e lo stesso Bassolino sono cambiati nel frattempo. Ma alla domanda dello stesso Bassolino, c'è una sola risposta: nessuno. Chi può sfidarlo? Chi ha maturato una esperienza politica interessante in questi anni di buio? Nessuno.
Il PD ha pensato ad altre cose. Distratto dalle schermaglie con De Magistris, abbandonato da qualche personaggio in cerca d'autore che ora fa la bella vita a Roma, dilaniato da faide interne degne delle peggiori soap opera sudamericane.
In bocca al lupo

lunedì 12 ottobre 2015

Sui due anni passati. Manchester, i 33 anni, Bassolino e Marino.

In questi giorni volevo scrivere qualcosa sui miei due anni a Manchester. Due anni non sono pochi ma visti da una prospettiva lunga non sono nemmeno tanti. A volte penso che ne ho abbastanza di questo posto. Spesso penso di spostarmi altrove. Raramente di tornare in Italia.

Non che non mi manchi. C’è poco da fare: puoi bere vino italiano, mangiare pasta tutti i giorni, bere il limoncello prima delle partite del Napoli, e se proprio sei in vena pure farti il ragù. Tutto. Si può avere tutto, ma l’odore di casa è qualcosa che quando meno ci pensi è lì che ti riporta alla realtà del migrante. Di quello che sì ha gli amici, ha la sua vita, il lavoro e tutto quello che vuoi ma c’è una parte che hai lasciato dietro e che nessuno più ti ridarà. Nessuno.

Saranno anche i 33. Chissà. Sarà che faccio parte di una generazione che ancora non ha capito come stare in equilibrio, tra il globale e il locale (perché sì, hai voglia a parlare, ma nella pratica le 3 ore di aereo che separano Manchester da Napoli non sono 3 ore, ma ben più realmente sono più di 2500km di distanza). Chissà. Boh.

Quando sono partito non pensavo tanto a come sarei stato dopo. Prima di partire pensavo che però per un po’ mi avrebbe fatto bene dimenticare l’Italia. Alcune cose non andate come dovevano andare, un po’ di inquietudine tardo (molto tardo) adolescenziale, un po’ che mi sentivo stretto in una realtà che sembrava non potesse darmi più niente di nuovo, insomma nulla di nuovo, nulla che non si sia già sentito. Tutto questo mi ha portato a scegliere una città in cui non conoscevo nessuno. Nessuno. Nemmeno me stesso. Questa, tra parentesi, pare una banalità, ma quando si è sul punto di chiudere con il passato, o con un certo passato, e aprire una nuova stagione tutto quello che verrà è nuovo. Persino te stesso.

Dicevo, pensavo di dimenticare l’Italia per un po’. E invece continuo a leggere dell’Italia. Di Marino, di Roma, di Renzi e di Salvini. Dei migranti sulle coste siciliane e dei disoccupati. A Bassolino, alla Federico II, alla mia prof, ai tanti amici che chissà che cazzo stanno facendo adesso. E penso alla terra. Al vento. E al sangue.  

È da non molto che ho iniziato a leggere delle cose locali o inglesi. Sarà che mi sto integrando o che inizio a sentire questa come una casa. O sarà che voglio iniziare a capire meglio prima di andarmene anche da qui. Sarà.

Ma qui mi pare che abbia avuto ragione quello scrittore, di cui ovviamente non ricordo il nome, e un suo libro su una casa (mi pare fosse a Torino) in cui si alternano 3 generazioni. Ecco: non ricordo né lo scrittore, né il libro. Ma ricordo che il protagonista del libro è la casa. Non le famiglie che ci abitano.

Nei miei trenta. Nella mia Manchester. La microstoria e la histoire événementielle diventano incomparabilmente inutili. L’ottica dell’hic et nunc avrà tante cose belle (le foto in tempo reale, i video scerati ovunque, la circolazione di idee, testi, parole, che più che circolazione mi sembrano le rotatorie della Roma anni ’60 in cui Sordi faceva il vigile) ma è deficitaria di una caratteristica fondante la società. Il qui ed ora non è storia. La nostra è una società senza storia. Senza passato e senza futuro. Ecco perché quelli come me, quando chiedi dove ti vedi fra qualche anno, a fare cosa, con chi,  ti diranno al massimo un “boh”. Anche se in realtà stanno pensando: ma che cazzo ne so. Lasciame perde che devo annà a magnà.


Ps: chiaramente Marino non si è dimesso per alcun complotto. Per fare il politico devi essere abituato a mettere le mani nella merda. Lui al massimo usava i guanti di lattice. Il fatto che si sia dimesso per questione di spiccioli dopo che si sono scoperti miliardi di euro sprecati e arraffati da chiunque si trovasse a passare per il Campidoglio (e dalla città del Vaticano… ah, quel giubileo), la dice lunga su queste dimissioni. Dopodiché altrove si dimettono per molto meno. Ma altrove. Non a Roma. Non in Italia. Da nessun’altra parte al mondo un cavallo è diventato senatore. 

mercoledì 16 settembre 2015

Di male in peggio: da Bindi a De Magistris

Bindi dimostra di non saperne molto della storia della città. La camorra non ha una storia centenaria in città o almeno non nel senso di cui lei parla. Da attività estorsivo-accumulativa è oggi un fenomeno politico-imprenditoriale. Dunque la camorra è molto cambiata, come d'altronde la società napoletana.

D'altra parte non sono d'accordo con Roberti quando distingue una Napoli plebeo-camorrista con una Napoli della società civile. Non è più così, o meglio non lo è mai stato: il processo Cuocolo (inizio '900), e fatti storici precedenti, hanno evidenziato ramificazioni ai più svariati livelli della società, ramificazioni a molti apparse impensabili. In più nel secondo dopoguerra gli studi a riguardo sono ancora pochi per parlare di presenza camorrista.

In definitiva, si capirà meglio la camorra quando da un'analisi di stampo sociologico si passerà ad un'analisi che prediliga lo studio del fenomeno dal punto di vista economico.

In realtà, tra gli studiosi della materia queste analisi sono già iniziate. Questi studi, intrecciati con alcuni saggi di altre aree scientifiche, stanno mettendo in risalto aspetti nuovi, di rottura, rispetto al progresso storico della camorra nella società napoletana e campana.

Tra le altre cose, bisognerebbe pure capire il limite, il confine, che a Napoli vi è tra la delinquenza endemica, quella sì, delle grandi città, con il fenomeno associativo, meglio conosciuto come camorra, e ancora un fenomeno che a Napoli non è mai esistito, cioè il gangsterismo.

De Magistris parla solo per fare "ammuina", Bindi è la prova provata che fare il politico non è fare lo storico. Niente di nuovo sotto il sole dunque.

mercoledì 2 settembre 2015

Abito a 2.378km di distanza da casa. Auguri agli insegnanti assunti.

Abito a 2.378km di distanza da casa. Molti dei miei più cari amici vivono a centinaia e alcuni a migliaia di chilometri di distanza da casa. Alcuni per scelta, altri perché costretti.

Ho l’impressione che parte della mia generazione non sia al pari con i tempi che viviamo.

Definire un ventenne o trentenne “deportato” perché ottiene un lavoro a 500km di distanza da casa è osceno.

Probabilmente ancora non è chiaro a molti che il lavoro sotto casa, fisso, è una rarità di cui pochi usufruiscono e che praticamente non esiste nel mondo occidentale, dove il viaggio, la scoperta, le “migrazioni” sono sempre esistite e sempre esisteranno.

Una persona preparata al cambiamento è una persona molto più pronta alle sfide di “questo presente che capire non sai”.

Il libro fondante la cultura italiana è un libro che si basa sul viaggio. Di un uomo che si perde in una selva oscura e che prende coscienza solo dopo averne passate di tutti i colori, dopo aver conosciuto il peggio e il meglio dell’umanità che lo circondava.
Gli italiani sono un popolo di viaggiatori. Aver paura di uno spostamento, parlare di deportazione, è semplicemente fuori da ogni logica – generazionale, culturale e, infine, umana.

Tra una cosa e l’altra: potrei essere un insegnante anche io. Per ora ho scelto di fare altro. Sono emigrante: abito a 2.378km di distanza da dove sono cresciuto.


Auguri a tutti gli insegnanti che in questi giorni hanno ricevuto la nomina.

domenica 5 luglio 2015

OXI. Nonostante tutto.

Voterei no, nonostante Tsipras.

Molto più convintamente avrei fatto una battaglia per l'astensione.

Si fa della questione Grecia una questione economica, pur essendo una questione prettamente politica.

Schultz (pessimo), PSE, Renzi, e gran pare del PD non hanno capito che qui si gioca probabilmente la partita principale per il futuro dell'Europa. Gianni Pittella​ e qualche piddino (Bersani, D'Alema) sono tra i pochi ad aver parlato chiaro su questo. Questo referendum, al contrario di quanto dice Renzi, avrà pesanti ricadute sull'Italia.

Si è provato a cambiare l'Europa con le buone: non ci si è riusciti. Bene, è il momento di provarci con le cattive.

La Grecia non uscirà dall'euro. Dopo questo referendum, gli eurocrati dovranno finalmente convincersi che quando si parla di Europa si parla sì di numeri, ma prima di tutto di persone, comunità, insomma della pelle delle persone.

ps: il referendum in oggetto non è democrazia. è solo il simbolo dell'inconsistenza politica di Tsipras. Un referendum presentato con la risposta pronta, posto male e in tempi ristrettissimi, significa solo dimostrare che si ha paura di fare quello che si è chiamati a fare quando si è un politico: prendere delle decisioni.

ps2: avrei fatto campagna elettorale per l'astensionismo per il ps di cui sopra.

ps3: rispetto per chi voterà sì.

ps4: in questo momento storico non potevano mancare i buffoni di corte che non perdono mai occasione di dimostrare la loro assoluta idiozia. voterei no con loro, ma nonostante loro

ps5: la Troika esiste nella misura in cui esistono le scie chimiche

sabato 25 aprile 2015

25 aprile 2015

È il 25 aprile ovunque tu sia. Sei in Italia, in Germania, in Inghilterra, ovunque.

L’Italia senza l’Europa non esiste più. Certo, non potrai dimenticare tutto il retroterra culturale da cui provieni. Non lo potrai dimenticare essenzialmente per una sola ragione: non potrai dimenticarti di te stesso.

La storia siamo noi. Ovunque voi siate mi sento di aggiungere. La storia però è portatrice di responsabilità. Forse responsabilità di dirsi che la liberazione dal nazi-fascismo che festeggiamo non può dirsi raggiunta se non siamo stati in grado di costruire un’Europa pacifica, prospera e progressista.

Probabilmente il miglior augurio che posso fare in questo 25 aprile, è quello di ricordarsi da dove veniamo, qual è la nostra storia, i nostri valori. Fare il punto della situazione e chiarirsi dove volevamo arrivare quando abbiamo iniziato questo percorso europeo comune.

Volevamo un continente che si disinteressasse della sponda sud del mediterraneo? Volevamo un continente in cui un pochi paesi traggono profitto dalle politiche economiche comunitarie? Volevamo un continente in cui il germe del razzismo rinasca nelle generazioni del terzo millennio? Volevamo un continente affamatrice di popoli?

Cos’era il fascismo se non l’uso della forza nei conflitti sociali e politici? Cos’era il fascismo se non l’idea che ci si possa arricchire sulle spalle di altri che lavorano per noi? Cos’era il fascismo se non l’idea che avremmo potuto fare a meno degli altri? Cos’era il nazismo se non la discriminazione di altri popoli solo sulla base dell’etnia, del provenienza geografica, del colore della pelle?
Cos’erano il nazismo e il fascismo se non qualcosa che volevamo non tornasse più?


Buon 25 aprile a tutti. Ovunque voi siate. 

sabato 31 gennaio 2015

Perché Renzi non ha vinto

In bocca al lupo al nuovo Presidente.
Giusto qualche riflessione rivolta a chi parla di vittoria schiacciante di Renzi:
1) Berlusconi al contrario di 2 anni fa è fuori dal Parlamento. Il suo potere in Parlamento quasi rasenta lo zero, come dimostrano gli ultimi mesi (e le varie leggi che si spera vadano in porto).
2) Bersani non si sarebbe mai messo a capo dei 101 (che pure c'erano anche stavolta).
3) Mattarella esce fuori dalla proposta di Bersani di 2 anni fa a Berlusconi.
4) Mattarella 2 anni fa era esattamente quello che sempre 2 anni fa tutti hanno sostenuto essere il "vecchio" da superare: ve lo ricordate Marini?
5) la minoranza PD, in mano a Civati, Fassina e compagnia cantando, non è adatta al ruolo. Questa non è una novità. Lo sappiamo da mesi. Una minoranza che avesse avuto qualche idea e che voleva usare la sua forza avrebbe fatto almeno due cose: o trattare con Renzi per qualche modifica per l'Italicum (cosa a cui mi pare il gigante Bersani abbia fatto cenno nella sua intervista al Corriere) o tentare di far cadere Renzi, proponendo un'alternativa e andando a conquistare voti negli altri partiti (Civati, l'unica cosa che ha fatto, è stata di andare a chiedere ai genitori se gli andava bene Mattarella. Cuperlo non pervenuto. D'Alema, speriamo si sia messo l'anima in pace).
6) il M5S 2 anni fa aveva toccato il suo boom Oggi è in fase recessiva. Aver messo Bersani nella loro lista dei papabili è stata una stupidaggine. Lo stesso per Prodi. Solo qualche imbecille poteva credere che Bersani avrebbe fatto uno sgambetto al PD. Bersani sarebbe capace di far fare la tessera al PD anche ai genitori di Civati.
7) l'elezione di 2 anni fa coincideva con le politiche. Le fibrillazioni erano molto più accentuate. Una maggioranza parlamentare non esisteva. Bersani aveva fatto fuori la vecchia guardia (D'Alema e Bindi). Assieme al Presidente si doveva formare un Governo. Ora il Governo c'è. Il quadro Parlamentare è abbastanza stabile. E soprattutto, sappiamo tutti che Berlusconi, ma ancora di più Alfano, Monti e Sel non vogliono andare per vari motivi a nuove elezioni. Tant'è che gli unici che vogliono andare a nuove elezioni, cioè i leghisti di Salvini, sono gli unici ad essersi espressamente detti "contro".
8) Renzi non è Bersani. I Bersani in politica perderanno sempre. I Renzi in politica vinceranno sempre, proprio perché i Bersani non tradiscono.