Abito a 2.378km di distanza da casa. Molti dei miei più cari
amici vivono a centinaia e alcuni a migliaia di chilometri di distanza da casa.
Alcuni per scelta, altri perché costretti.
Ho l’impressione che parte della mia generazione non sia al
pari con i tempi che viviamo.
Definire un ventenne o trentenne “deportato” perché ottiene
un lavoro a 500km di distanza da casa è osceno.
Probabilmente ancora non è chiaro a molti che il lavoro
sotto casa, fisso, è una rarità di cui pochi usufruiscono e che praticamente
non esiste nel mondo occidentale, dove il viaggio, la scoperta, le “migrazioni”
sono sempre esistite e sempre esisteranno.
Una persona preparata al cambiamento è una persona molto più
pronta alle sfide di “questo presente che capire non sai”.
Il libro fondante la cultura italiana è un libro che si basa
sul viaggio. Di un uomo che si perde in una selva oscura e che prende coscienza
solo dopo averne passate di tutti i colori, dopo aver conosciuto il peggio e il
meglio dell’umanità che lo circondava.
Gli italiani sono un popolo di viaggiatori. Aver paura di
uno spostamento, parlare di deportazione, è semplicemente fuori da ogni logica –
generazionale, culturale e, infine, umana.
Tra una cosa e l’altra: potrei essere un insegnante anche
io. Per ora ho scelto di fare altro. Sono emigrante: abito a 2.378km di distanza
da dove sono cresciuto.
Auguri a tutti gli insegnanti che in questi giorni hanno
ricevuto la nomina.
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