Ti svegli una mattina e ti trovi a pensare
ai tuoi amici sparsi per il mondo.
Vai a lavoro, finisci e sulla strada del
ritorno a casa ti passa in mente una canzone che avevi sentito milioni di anni
fa: una canzone napoletana (chissà perché poi, ti passa in mente la versione
cantata da Massimo Ranieri).
La mia non è nostalgia. Non ho alcuna
voglia di tornare indietro. Quella canzone che canticchiavo parlava di persone
sbarcate a Nuova York dopo mesi di navigazione. Il pane era amaro e i dollari
non l’addolcivano granché: «Io so' carne 'e maciello so' emigrante».
La terra a cui appartenevano era lontana. Lontanissima.
La tecnologia senz’altro ha rivoluzionato
lo spazio e il tempo. È la terza dimensione però ad essere clamorosamente stata
rivoluzionata. La percezione di essere emigrante non esiste più. Sarà che non
partiamo da quell’estrema povertà dell’Italia primo-novecentesca, sarà che skype,
uozzap, fb etc. servono a qualcosa nonostante le molte critiche degli iper e soprattutto
degli ipo-connessi. Sarà per tutta una serie di ragioni, ma a parte sparute
eccezioni, il mondo è percepito come più piccolo e più familiare.
Paradossalmente anzi quando una decina di
anni fa mi trovai all’estero per un anno scrivevo mail lunghissime ai miei
amici. Oggi invece molto meno. La sensazione di essersi separati è talmente
vacua che quasi non si percepisce. Per carità può essere pure che il cuore si
sta facendo di pietra con l’età, però insomma la sensazione è un’altra. Piuttosto,
il vero punto debole dell’emigrante è ricominciare sempre da zero. Bello, ma
stancante; a volte estenuante.
E allora “lacrime napulitane” per tutti.
Ps: il testo è di Bovio (figlio del Bovio
di piazza Bovio; altrimenti conosciuta come piazza Borsa).
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