sabato 19 luglio 2014

L’emigrante

Ti svegli una mattina e ti trovi a pensare ai tuoi amici sparsi per il mondo.

Vai a lavoro, finisci e sulla strada del ritorno a casa ti passa in mente una canzone che avevi sentito milioni di anni fa: una canzone napoletana (chissà perché poi, ti passa in mente la versione cantata da Massimo Ranieri).

La mia non è nostalgia. Non ho alcuna voglia di tornare indietro. Quella canzone che canticchiavo parlava di persone sbarcate a Nuova York dopo mesi di navigazione. Il pane era amaro e i dollari non l’addolcivano granché: «Io so' carne 'e maciello so' emigrante».

La terra a cui appartenevano era lontana. Lontanissima.

La tecnologia senz’altro ha rivoluzionato lo spazio e il tempo. È la terza dimensione però ad essere clamorosamente stata rivoluzionata. La percezione di essere emigrante non esiste più. Sarà che non partiamo da quell’estrema povertà dell’Italia primo-novecentesca, sarà che skype, uozzap, fb etc. servono a qualcosa nonostante le molte critiche degli iper e soprattutto degli ipo-connessi. Sarà per tutta una serie di ragioni, ma a parte sparute eccezioni, il mondo è percepito come più piccolo e più familiare.

Paradossalmente anzi quando una decina di anni fa mi trovai all’estero per un anno scrivevo mail lunghissime ai miei amici. Oggi invece molto meno. La sensazione di essersi separati è talmente vacua che quasi non si percepisce. Per carità può essere pure che il cuore si sta facendo di pietra con l’età, però insomma la sensazione è un’altra. Piuttosto, il vero punto debole dell’emigrante è ricominciare sempre da zero. Bello, ma stancante; a volte estenuante.

E allora “lacrime napulitane” per tutti.

Ps: il testo è di Bovio (figlio del Bovio di piazza Bovio; altrimenti conosciuta come piazza Borsa).


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