lunedì 12 ottobre 2015

Sui due anni passati. Manchester, i 33 anni, Bassolino e Marino.

In questi giorni volevo scrivere qualcosa sui miei due anni a Manchester. Due anni non sono pochi ma visti da una prospettiva lunga non sono nemmeno tanti. A volte penso che ne ho abbastanza di questo posto. Spesso penso di spostarmi altrove. Raramente di tornare in Italia.

Non che non mi manchi. C’è poco da fare: puoi bere vino italiano, mangiare pasta tutti i giorni, bere il limoncello prima delle partite del Napoli, e se proprio sei in vena pure farti il ragù. Tutto. Si può avere tutto, ma l’odore di casa è qualcosa che quando meno ci pensi è lì che ti riporta alla realtà del migrante. Di quello che sì ha gli amici, ha la sua vita, il lavoro e tutto quello che vuoi ma c’è una parte che hai lasciato dietro e che nessuno più ti ridarà. Nessuno.

Saranno anche i 33. Chissà. Sarà che faccio parte di una generazione che ancora non ha capito come stare in equilibrio, tra il globale e il locale (perché sì, hai voglia a parlare, ma nella pratica le 3 ore di aereo che separano Manchester da Napoli non sono 3 ore, ma ben più realmente sono più di 2500km di distanza). Chissà. Boh.

Quando sono partito non pensavo tanto a come sarei stato dopo. Prima di partire pensavo che però per un po’ mi avrebbe fatto bene dimenticare l’Italia. Alcune cose non andate come dovevano andare, un po’ di inquietudine tardo (molto tardo) adolescenziale, un po’ che mi sentivo stretto in una realtà che sembrava non potesse darmi più niente di nuovo, insomma nulla di nuovo, nulla che non si sia già sentito. Tutto questo mi ha portato a scegliere una città in cui non conoscevo nessuno. Nessuno. Nemmeno me stesso. Questa, tra parentesi, pare una banalità, ma quando si è sul punto di chiudere con il passato, o con un certo passato, e aprire una nuova stagione tutto quello che verrà è nuovo. Persino te stesso.

Dicevo, pensavo di dimenticare l’Italia per un po’. E invece continuo a leggere dell’Italia. Di Marino, di Roma, di Renzi e di Salvini. Dei migranti sulle coste siciliane e dei disoccupati. A Bassolino, alla Federico II, alla mia prof, ai tanti amici che chissà che cazzo stanno facendo adesso. E penso alla terra. Al vento. E al sangue.  

È da non molto che ho iniziato a leggere delle cose locali o inglesi. Sarà che mi sto integrando o che inizio a sentire questa come una casa. O sarà che voglio iniziare a capire meglio prima di andarmene anche da qui. Sarà.

Ma qui mi pare che abbia avuto ragione quello scrittore, di cui ovviamente non ricordo il nome, e un suo libro su una casa (mi pare fosse a Torino) in cui si alternano 3 generazioni. Ecco: non ricordo né lo scrittore, né il libro. Ma ricordo che il protagonista del libro è la casa. Non le famiglie che ci abitano.

Nei miei trenta. Nella mia Manchester. La microstoria e la histoire événementielle diventano incomparabilmente inutili. L’ottica dell’hic et nunc avrà tante cose belle (le foto in tempo reale, i video scerati ovunque, la circolazione di idee, testi, parole, che più che circolazione mi sembrano le rotatorie della Roma anni ’60 in cui Sordi faceva il vigile) ma è deficitaria di una caratteristica fondante la società. Il qui ed ora non è storia. La nostra è una società senza storia. Senza passato e senza futuro. Ecco perché quelli come me, quando chiedi dove ti vedi fra qualche anno, a fare cosa, con chi,  ti diranno al massimo un “boh”. Anche se in realtà stanno pensando: ma che cazzo ne so. Lasciame perde che devo annà a magnà.


Ps: chiaramente Marino non si è dimesso per alcun complotto. Per fare il politico devi essere abituato a mettere le mani nella merda. Lui al massimo usava i guanti di lattice. Il fatto che si sia dimesso per questione di spiccioli dopo che si sono scoperti miliardi di euro sprecati e arraffati da chiunque si trovasse a passare per il Campidoglio (e dalla città del Vaticano… ah, quel giubileo), la dice lunga su queste dimissioni. Dopodiché altrove si dimettono per molto meno. Ma altrove. Non a Roma. Non in Italia. Da nessun’altra parte al mondo un cavallo è diventato senatore.