In questi giorni volevo scrivere qualcosa sui miei due anni
a Manchester. Due anni non sono pochi ma visti da una prospettiva lunga non
sono nemmeno tanti. A volte penso che ne ho abbastanza di questo posto. Spesso
penso di spostarmi altrove. Raramente di tornare in Italia.
Non che non mi manchi. C’è poco da fare: puoi bere vino
italiano, mangiare pasta tutti i giorni, bere il limoncello prima delle partite
del Napoli, e se proprio sei in vena pure farti il ragù. Tutto. Si può avere
tutto, ma l’odore di casa è qualcosa che quando meno ci pensi è lì che ti
riporta alla realtà del migrante. Di quello che sì ha gli amici, ha la sua
vita, il lavoro e tutto quello che vuoi ma c’è una parte che hai lasciato
dietro e che nessuno più ti ridarà. Nessuno.
Saranno anche i 33. Chissà. Sarà che faccio parte di una
generazione che ancora non ha capito come stare in equilibrio, tra il globale e
il locale (perché sì, hai voglia a parlare, ma nella pratica le 3 ore di aereo
che separano Manchester da Napoli non sono 3 ore, ma ben più realmente sono più
di 2500km di distanza). Chissà. Boh.
Quando sono partito non pensavo tanto a come sarei stato
dopo. Prima di partire pensavo che però per un po’ mi avrebbe fatto bene
dimenticare l’Italia. Alcune cose non andate come dovevano andare, un po’ di
inquietudine tardo (molto tardo) adolescenziale, un po’ che mi sentivo stretto
in una realtà che sembrava non potesse darmi più niente di nuovo, insomma nulla
di nuovo, nulla che non si sia già sentito. Tutto questo mi ha portato a
scegliere una città in cui non conoscevo nessuno. Nessuno. Nemmeno me stesso. Questa,
tra parentesi, pare una banalità, ma quando si è sul punto di chiudere con il
passato, o con un certo passato, e aprire una nuova stagione tutto quello che
verrà è nuovo. Persino te stesso.
Dicevo, pensavo di dimenticare l’Italia per un po’. E invece
continuo a leggere dell’Italia. Di Marino, di Roma, di Renzi e di Salvini. Dei migranti
sulle coste siciliane e dei disoccupati. A Bassolino, alla Federico II, alla
mia prof, ai tanti amici che chissà che cazzo stanno facendo adesso. E penso
alla terra. Al vento. E al sangue.
È da non molto che ho iniziato a leggere delle cose locali o
inglesi. Sarà che mi sto integrando o che inizio a sentire questa come una
casa. O sarà che voglio iniziare a capire meglio prima di andarmene anche da
qui. Sarà.
Ma qui mi pare che abbia avuto ragione quello scrittore, di
cui ovviamente non ricordo il nome, e un suo libro su una casa (mi pare fosse a
Torino) in cui si alternano 3 generazioni. Ecco: non ricordo né lo scrittore, né
il libro. Ma ricordo che il protagonista del libro è la casa. Non le famiglie
che ci abitano.
Nei miei trenta. Nella mia Manchester. La microstoria e la histoire événementielle diventano
incomparabilmente inutili. L’ottica dell’hic et nunc avrà tante cose belle (le
foto in tempo reale, i video scerati ovunque, la circolazione di idee, testi,
parole, che più che circolazione mi sembrano le rotatorie della Roma anni ’60 in
cui Sordi faceva il vigile) ma è deficitaria di una caratteristica fondante la
società. Il qui ed ora non è storia. La nostra è una società senza storia. Senza
passato e senza futuro. Ecco perché quelli come me, quando chiedi dove ti vedi
fra qualche anno, a fare cosa, con chi, ti diranno al massimo un “boh”. Anche se in
realtà stanno pensando: ma che cazzo ne
so. Lasciame perde che devo annà a magnà.
Ps: chiaramente Marino non si è dimesso per alcun complotto.
Per fare il politico devi essere abituato a mettere le mani nella merda. Lui al
massimo usava i guanti di lattice. Il fatto che si sia dimesso per questione di
spiccioli dopo che si sono scoperti miliardi di euro sprecati e arraffati da
chiunque si trovasse a passare per il Campidoglio (e dalla città del Vaticano…
ah, quel giubileo), la dice lunga su queste dimissioni. Dopodiché altrove si
dimettono per molto meno. Ma altrove. Non a Roma. Non in Italia. Da nessun’altra
parte al mondo un cavallo è diventato senatore.